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Poesia in cucina

 

 

Lode alla Porchetta

 (Romeo Collalti - poeta romanesco)

 

Pia un porchetto da poco smammato,

tenero e poco grasso, un po' de vino,

lardo, ajo schiacciato, rosmarino,

poi sale e pepe appena macinato.

 

E 'st'ingredienti che t'ho nominato

mo deve de addopralli a quer divino:

mettete in parannanza a tavolino,

pia le frattaje e facce un bòn tritato.

 

Schiaffato a' la padella, stai a cavallo:

un po' de lardo e, quanno che scurisce,

un ber bicchiere de vino p'allungallo.

 

Mucina bene e guarda co' attenzione

che nun s'attacchi e che nun infittisce;

er mejo verrà doppo, a concrusione.

 

Intanto a 'sto porchetto, internamente,

inzeppa l'ajo, e' rosmarino, er lardo,

lo strutto, er sale e pepe co' riguardo,

eppuro quer soffritto precedente.

 

Mo devi fa' attenzione, ner tramente

che lo sistemi bene, e da' 'no sguardo

ch'er majaletto nostro, der gajardo,

fenisca in piastra senza perde gnente.

 

Quanno caccia er sughetto, a mano a mano,

datte da fa': spennella 'sto guazzetto

intorno intorno, e nun spennelli invano.

 

Cotto, sia callo o freddo, è appetitoso

che te lo magneressi, ce scommetto,

puro su' la capoccia d'un tignoso!

 

 

 

Pasta alla capricciosella

 (Aldo Fabrizi)

 

Provate a fa' 'sto sugo, ch'è un poema:
piselli freschi, oppure surgelati,
calamaretti, funghi "cortivati",
così magnate senz'avè patema.
 
Pe' fa' li calamari c'è un sistema:
se metteno a pezzetti martajati
nell'ajo e l'ojo e bene rosolati,
so' teneri che pareno 'na crema.
 
Appresso svaporate un po' de vino;
poi pommidoro, funghi e pisellini
insaporiti cor peperoncino.
 
Formaggio gnente, a la maniera antica,
fatece bavettine o spaghettini...
Bòn appetito e... Dio ve benedica!

 

 

 

Fagioli a minestra

Minestra di fagioli alla toscana:

suoni a stormo per te ogni campana!

 (Giuseppe Lipparini)

 

Prendi, per sei, quattr'etti di fagioli
bianchi, di quelli che laggiù coltiva
Pietro nell'orto pensile sul fiume.
Falli bollire in acqua chiara molto,
salata quanto occorre e nulla più.
Poscia decanto la broda leggera,
che limpida sarà, bionda, odorosa.
Or prendi una cipolla e una carota,
tritate a pezzi, non però minuscoli;
pesta molto prezzemolo, e del sedano
metti l'odore, chè ti basterà.
Una teglia di carne al fuoco poni,
con entro il pesto e assai olio d'oliva
(schietto di quello che ti frange in casa
la reggitora al margine dei colli,
e tutt'intorno è l'uliveto sacro);
aggiungerai, se credi, un po' di burro,
e sale, e pepe bianco: e a fuoco lento
farai adagio arrosolare il tutto.
Allora versa pomidoro sciolto
ed un cucchiaio dell'aulente brodo;
mescola piano, fin che si rassodi:
mezz'ora penso che ti basterà.
Or passa il tutto dal coletto al brodo;
e quando bolle, versaci i quadretti
di pasta all'ovo, che la tua massaia
avrà già stesa a suon di mattarello.
Serberai i fagioli per contorno,
e chi ne vuole ce li verserà.
Poscia mangia con gioia, e Iddio ti salvi.
 

 

 

Trilussa

 

Se me frulla un pensiero che me scoccia

me fermo a beve e chiedo aiuto ar vino:

poi me la canto e seguito er cammino

cor destino in saccoccia.

 

Albione è il più antico nome storicamente accertato della Gran Bretagna, spesso usato nelle opere letterarie. Un'allusione letteraria frequente è la locuzione "perfida Albione" che si riferisce, in modo particolare, alla spregiudicatezza politica dell'Inghilterra. Questa espressione sembra risalire ad un sermone del teologo francese Jacques-Benigne Bossuet. In Italia, nel periodo fascista, fu spesso usata da Mussolini.

Occasionalmente con il termine Albione ci si riferisce alla Scozia, il cui nome in gaelico è Alba. Plinio il Vecchio usa il termine "Alba" per riferirsi alla Gran Bretagna (Naturalis Historia).

(Albione-Wikipedia)

Tiritera d'Albione

 

Qui si narr la trist'istoria

Del gran popol dei cinq past

con la fabbrica dell'appetit

da London fin a Belfast.

 

Non più cavial dei Soviet

bacon e burr dell'Oland,

oche grass di Danimarc

e banan del Somaliland;

 

ma moltissim e ripien

arrivan sorb dall'Italy

e numeross, superlativ

son quelle "Made in Germany".

 

Se poi con tant e tante sorb

vengon nespol del Giappò

l'angla gent dei cinque past

creperà d'indigestiò.

 

(Tratta dalla Domenica del Corriere Anno 42 n. 37 dell'8 settembre 1940-XVIII)

 

 

 

Prigioni omeopatiche

(Un giudice americano ha condannato due ladri di pesce a nutrirsi di pesce in prigione, mattina e sera, per sei mesi di seguito)

 

Due ladri americani, alquanto pesce

avean rubato, e il giudice, in prigione

li manda, e il peso della pena accresce

con una spiritosa invenzione:

- "Per i pesci peccaste; e per mezz'anno,

- ei dice, - a mangiar pesci vi condanno."

 

Se si pensa agli arrosti prelibati,

agli intingoli ed ai manicaretti

che vengono imbanditi ai carcerati,

pietà ci prende di quei due, costretti

a mangiar pesce, sempre pesce, invece

di broda e broda che insapora il cece.

 

Sempre pesce! E speriam che almeno sia,

oltre che pesce fresco, pesce fino,

e non s'aggravi quella prigionia

con sei mesi di trota o di branzino,

e, poichè pesce il giudice ha prescritto,

s'alterni il pesce lesso al pesce fritto.

 

La sentenza è davvero originale,

e, scontata la pena, i due malvagi

avran, pel pesce cotto, un odio tale

di rubar pesci al solito lavoro,

la refurtiva non terran per loro.

 

Non se la mangeran golosamente,

impreziosita dalla besciamella,

ma la rifileranno ad altra gente

impinguandosi un poco la scarsella.

Ragion del furto non sarà più un lercio

viziaccio della gola, ma il commercio!

 

Oh quel giudice è saggio e arguto e pratico!

Se in man gli caschi un ladro di fagiani,

egli, applicando il metodo omeopatico,

gli amareggerà i pasti quotidiani,

sì che, in carcere, il tristo avrà lo scorno

di mangiar sempre e sol fagiani al forno.

 

Il sistema è eccellente, ma non senza

inconvenienti; eccone uno serio:

di quel giudice, quale la sentenza

sarà, contro un colpevol d'adulterio?

Chi ruba pesci, mangia pesci! Ahi lui,

che pena avrà chi ruba mogli altrui?

 

La Giustizia d'America è brillante,

e, poichè processando ora sta l'Asse,

ci vorrà condannare a chi sa quante

diete magre, vietandoci le grasse?

No! Per punir la nostra iniquità,

si mangerà essa stessa il Canadà. (Turno)

 

(Tratta dalla Domenica del Corriere Anno 42 n. 37 dell'8 settembre 1940-XVIII)

 

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